Oggi vi racconto di Amatrice, dieci anni dopo quei 120 secondi

Sveglia alle 5 del mattino e quattro ore di pullman per arrivare ad Amatrice. Era una vita che non mi alzavo all’alba per una gita.

Arrivare su un piazzale e incrociare gli sguardi di perfetti sconosciuti, con cui passerai un’intera giornata (otto ore delle quali su un pulmino da 30 posti), mi fa sempre venire la pelle d’oca. Quando ho tirato giù dalla macchina il borsone con dentro il costume, ho visto solo due bambini in tutto il piazzale. E lì ho cominciato a chiedermi cosa ci facessi io, in quel posto.

Ma sono partito lo stesso.

Una carovana di sconosciuti

Quando viaggio mi godo il paesaggio, e con i chilometri porto a spasso anche i miei pensieri. Questa volta però, più che il paesaggio che scorreva dal finestrino, guardavo le persone. La mia amica Francesca, imbacuccata nel cappuccio del giubbotto, si è addormentata subito: ha dato i primi segni di vita solo alla sosta in autogrill.

Intorno a me tutte persone sconosciute, ma con quelle cadenze di Morolo, Sonnino, Priverno e dintorni che facevano sembrare il mio dialetto corese un po’ meno fuori luogo. Un clima familiare, che di lì a poco mi avrebbe fatto ridere e scherzare con molti di loro.

Poi l’autogrill. Io che gli autogrill li ho sempre evitati come la peste proprio per non beccare le carovane di viaggiatori… questa volta l’universo mi ci ha messo dentro in pieno, facendomi diventare uno di loro. Quattro pullman, oltre 150 persone in fila anche solo per un caffè, la processione infinita al bagno (quello delle donne, sia chiaro: a noi uomini basta un buco e un rubinetto), i gruppetti di fumatori fuori, le risate e i selfie sul piazzale. E io lì, a osservare ogni dettaglio. Non più con ansia, ma con il piacere di chi viaggia e scopre.

Ripartiti, la strada ha cominciato a salire. I rettilinei sono diventati curve e tornanti, il nostro pulmino chiedeva scalate e rilanci di motore continui, mettendo alla prova il nostro autista Erminio, un personaggio. Ai lati, il paesaggio si faceva sempre più di montagna. E in quelle tre ore sono nate conoscenze, scherzi, racconti. Molti di loro tornavano ad Amatrice per il quarto anno di fila, per dare il loro segno di solidarietà a un popolo devastato in 120 secondi.

Il contrasto che non ti aspetti

Mi avevano avvisato del contrasto spettrale tra le rovine di ciò che dieci anni fa è venuto giù in nemmeno due minuti e il nuovo che stenta a nascere. Io ero convinto di essere pronto. Nel 2002 avevo passato tre mesi a vedere con i miei occhi cosa aveva lasciato la guerra tra Serbia e Croazia, e pensavo di essere forgiato a tutto.

Mi sbagliavo.

Già alle porte del paese, con il sole che ci ha accompagnato fino al primo pomeriggio, vedere case rase al suolo, chiese ridotte a scheletri, abitazioni e scuole ridotte a qualche parete pericolante in mezzo a un mare di macerie, mi ha fatto capire cosa mi avrebbe lasciato quella giornata. La fortuna di avere un tetto sopra la testa. E la fortuna, che do per scontata ogni giorno, di poter vivere la mia vita in libertà.

Tornante dopo tornante, il contrasto tra le macerie e i cantieri di quello che per questa gente dovrebbe essere un diritto, dopo dieci anni, mi ha fatto capire che quel giorno avrei imparato molto.

Un paese che vive in pochi metri quadrati

Siamo arrivati alle 11. Scesi dal pullman, abbiamo baciato terra e respirato a pieni polmoni dopo la guida di Erminio e il viaggio sottovuoto senza finestrini. Il concerto dei Brigallè era alle 14, quindi siamo andati a prendere confidenza con il posto.

Fin da subito ho sentito un’aria difficile da spiegare. Era come camminare in un paese fantasma, dove tutta la vita era concentrata in pochissimi punti: un piccolo “centro commerciale”, dove il negozio più grande sarà stato di 40 metri quadri, e il piazzale dove la Pro Loco aveva allestito la festa, con i tendoni per accogliere i visitatori, la cucina, l’angolo del vin brulé e quello delle caldarroste.

E poi il nulla. Strade deserte, case tutte uguali, prefabbricate e piccole, come se fossero state stampate e montate come i Lego.

Il pentolone del vin brulé sul fuoco alla festa della Pro Loco di Amatrice
L’angolo del vin brulé, uno dei pochi punti dove il paese si scalda.

Un’amatriciana dal valore doppio

L’obiettivo numero uno della mia giornata era uno: mangiare una vera amatriciana. Scopro che dal sisma si sono salvati solo un paio di ristoranti e che la zona dove mangiare è circa 800 metri più in là. Mi incammino tra vicoli e stradine fino a uno spiazzo con altri prefabbricati, più grandi, pieni di piccoli locali uno attaccato all’altro. Tre su quattro erano chiusi, e quel posto aveva un’aria triste e silenziosa.

Proprio quando stavo per rassegnarmi a un pranzo sotto il tendone della Pro Loco, ne troviamo uno aperto. E il desiderio del giorno si avvera: amatriciana (ho scoperto che esiste sia bianca che rossa), arrosticini, agnello e patate al forno.

Un piatto di amatriciana ad Amatrice con accanto la maschera del costumeArrosticini serviti nel ristorante di AmatricePatate al forno del pranzo ad Amatrice

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Ripensandoci, quel pranzo ha avuto un piacere doppio. Il primo, assaggiare un piatto che ho sempre desiderato provare, fatto da chi lo ha inventato. Il secondo, pagare sapendo che quei soldi per quella gente valevano doppio: un grazie per quello che avevo ricevuto e un piccolo incoraggiamento a ricostruire.

Alle 12:40 avevamo già finito (nemmeno i frati in convento) e siamo tornati verso il centro, godendoci a stomaco pieno ogni singolo passo.

Quei 120 secondi

Passeggiando tra le bancarelle di formaggi, miele, sculture di legno e fiori, ci ha attirato una “marmellata di birra” esposta da una signora in uno dei negozietti. Siamo entrati, e lì abbiamo ricevuto il primo racconto di quella notte.

Io non sapevo se chiedere, né come farlo senza sembrare invadente. Ho solo detto: «Immagino sia stato qualcosa di indescrivibile». E madre e figlio hanno cominciato a parlare con una voce diversa. Non più quella di chi presenta con orgoglio un prodotto, ma quella di chi ha vissuto qualcosa che gli ha cambiato la vita per sempre.

Erano le 3 di notte ed ero a letto. Mio figlio quel giorno aveva deciso di andare a lavorare più tardi, e quella scelta gli ha salvato la vita: ora è qui a raccontarvelo. Quei pochi secondi che leggete sui giornali scordateveli: furono due minuti interminabili. La prima cosa a saltare fu la corrente. Gattonavo nel buio cercando il pavimento mentre tutto intorno veniva giù. Tastavo con le mani i gradini delle scale per sapere se c’erano ancora. Una volta fuori ho dovuto scavalcare il cancello, bloccato senza corrente. La cosa più orribile è che perdi l’orientamento e l’equilibrio, perché tutto si scuote e crolla. Mi sono ritrovata in giardino in pigiama. In quei due minuti ho perso tutto.

Me lo ha raccontato senza mai togliere lo sguardo dai miei occhi. Con un misto di dolore e dignità che ho visto poche volte in una persona. E che avrei ritrovato più tardi, davanti a un vin brulé, negli occhi di qualcun altro.

Il giorno in cui i bambini erano i grandi

Tornati alla festa, la gente stava finendo di mangiare sotto il tendone. In attesa dell’impianto audio, i Brigallè hanno pensato bene di accorciare l’attesa girando tra i tavoli con fisarmoniche, tamburelli e tutta la banda al seguito. Tra una risata e l’altra è cominciato il concerto, e Adriana, la presidente della Pro Loco, mi ha fatto cambiare nella sua casetta per uscire a fare la mia sorpresa.

Le volontarie della Pro Loco di Amatrice al lavoro durante la festa

Ve lo dico sinceramente: quel giorno il mio stato d’animo non era quello di sempre. Dopo quello che avevo ascoltato, non mi sentivo utile in quel contesto. Quando sono uscito ho provato uno strano disagio. Non mi era mai successo di trovare così pochi bambini, una decina al massimo.

Ma mi sono fatto coraggio e mi sono buttato nella mischia. E per una volta ho abbracciato e fatto sorridere soprattutto i bambini adulti, quelli che in quel posto continuano a credere e a ricostruire: la Pro Loco, la Protezione Civile, la Croce Rossa, i Vigili del Fuoco, e tanta gente che nonostante tutto non ha perso il sorriso.

Abbracci e foto con la gente di Amatrice alla festa della Pro LocoSorrisi e foto di gruppo alla festa di AmatriceUn momento di festa con i volontari di AmatriceFoto ricordo con le persone incontrate ad AmatriceCon i volontari dell'organizzazione alla festa di Amatrice

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Sono stati venti minuti di abbracci e foto, con un valore diverso da quello delle solite feste. Ogni sorriso che riuscivo a far spuntare si portava via un pezzetto di quel disagio, e al suo posto arrivava la sensazione di aver alleggerito, anche solo un po’, quell’aria che si respira lassù.

Tra un pezzo e l’altro dei Brigallè mi hanno passato il microfono. Non ho potuto dire altro che quello che sentivo: la mia ammirazione per la resilienza e la dignità che si leggono in ogni singola persona di quel luogo.

Al microfono con i Brigallè durante il concerto ad Amatrice
Al microfono, tra un pezzo e l’altro dei Brigallè.

L’ultima chiacchierata

Tornato in borghese, è arrivata l’ultima chiacchierata, quella che mi porto a casa. Qualcuno mi ha raccontato l’altra metà di quei 120 secondi.

È difficile da spiegare come tu possa andare a dormire e il giorno dopo ritrovarti senza più nessuno dei tuoi e senza niente di quello che avevi. In questi dieci anni noi grandi abbiamo lottato per riavere ciò che ci spetta, ma non ti nego che cominciamo a essere stanchi, e disillusi dalle tante parole che non camminano veloci come i fatti. La forza ce la danno i giovani, che nonostante tutto non vogliono andarsene e restano legati a queste radici.

Cosa mi ha lasciato Amatrice

Ero partito con un costume nel borsone pensando di portare un sorriso. Sono tornato con qualcosa di più grande.

In mezzo alle macerie, quelle materiali e quelle dentro le persone, mi hanno colpito la perseveranza e la dignità con cui la gente di Amatrice continua a lavorare con le proprie mani, sperando che qualcuno restituisca loro ciò che la natura in due minuti si è presa. In parte, per sempre.

Io dico sempre che c’è un supereroe in ognuno di noi. Ad Amatrice ne ho incontrati tanti. Nessuno aveva un costume.

Una premessa, con il cuore: quello che leggete qui è solo il mio punto di vista. Non sono uno psicologo, né un pedagogista, né un medico. Racconto quello che vivo alle feste, nelle scuole e in giro per l’Italia, e quello che ho vissuto io da bambino. Prendetelo come una chiacchierata tra amici davanti a un caffè. E se la vedete diversamente, scrivetemelo: è proprio questo il bello.


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