SuperCosta anima una festa di compleanno all'aperto con tanti bambini tra scivoli e altalene

Oggi vi racconto di quel bambino timido che divenne il mio assistente

Era un giorno d’estate e su quel prato del parco c’erano quattro feste di compleanno contemporaneamente. Oltre settanta bambini sparsi ovunque, tra scivoli, altalene e giochi da esplorare. Urla, corse, salti: il caos più bello del mondo.

Con il tempo ho imparato una cosa: a una festa, prima ancora di parlare, bisogna guardare. Gli sguardi, le mani, dove si mette ognuno. I bambini raccontano tantissimo anche senza dire una parola, soprattutto i più timidi e i più vivaci, quelli che a volte vengono etichettati troppo in fretta.

Il bambino in mezzo al prato

SuperCosta anima una festa di compleanno all'aperto con tanti bambini tra scivoli e altalene

In mezzo a tutto quel movimento, vidi un solo bambino che non aveva niente a che fare con il caos. Sguardo basso e spaesato. Camminava sul prato, ma senza andare verso nessun gioco.

Spensi il microfono che usavo per animare la festa e mi inginocchiai davanti a lui.

«Non vai sugli scivoli?». No.
«E se provassimo le altalene?». No.
«Il dondolo colorato? La casetta a forma di fragola?». No.

Lo sguardo intimorito, le manine che si stringevano nervosamente l’una con l’altra. Poi, per un attimo, ha alzato gli occhi da terra e ha incrociato i miei. D’istinto ho fatto l’unica cosa che mi sembrava giusta: ho sorriso.

«Ho bisogno del tuo aiuto»

Qualche secondo di silenzio. Poi ho giocato il tutto per tutto:

Senti, ho bisogno del tuo aiuto. Oggi è la mia prima festa qui e non so quali giochi far fare ai bambini. Mi aiuteresti a trovarne qualcuno bello?

Mi ha guardato. E già quella era una vittoria. Poi ha detto: «Facciamo un, due, tre, stella».

«Non so come si gioca… me lo spieghi? Ma non qui in mezzo al prato: andiamo all’ombra, così mi spieghi con calma. Ti va?». E intanto gli ho teso la mano.

Lì è successo il miracolo. Quel gesto che ogni volta ha il potere di sciogliermi: vedere una piccola mano sparire dentro la mia. È come se quella mano attraversasse il mio corpo e arrivasse dritta alla parte più indifesa di me, per accarezzarla.

Abbiamo attraversato il giardino mano nella mano e, in un angolo all’ombra, mi ha spiegato come si gioca a un, due, tre, stella. Poi il gioco delle palline colorate, poi quello della sedia. Per tutto il pomeriggio è stato la mia ombra. E alla fine si è lanciato nel tiro alla fune insieme agli altri bambini, contro i genitori.

«Mi sono divertito. Grazie»

Prima di andare via, con il suo palloncino colorato in mano, si è avvicinato e mi ha abbracciato: «Mi sono divertito. Grazie».

Poco dopo la mamma mi ha chiesto come avessi fatto a conquistare la sua fiducia, perché è un bambino molto timido e introverso. Le ho risposto la verità: «Non lo so. Gli ho sorriso e gli ho parlato come se fossi un bambino anch’io».

In fondo è quello che cerco di fare sempre: entrare in empatia con i bambini e far incontrare la mia parte bambina con la loro. È anche per questo che alla fine di ogni festa il più felice di tutti sono io: è come se una parte di me si rigenerasse.

Cosa mi ha insegnato quel bambino

Da quel pomeriggio porto con me alcune piccole cose. Forse possono servire anche a voi.

  1. Guardare, prima di parlare. Quel bambino non stava facendo i capricci: cercava solo un modo sicuro per entrare.
  2. Abbassarsi, e abbassare il volume. Mettermi in ginocchio alla sua altezza e spegnere il microfono è stato il primo passo. A volte basta togliere un po’ di rumore.
  3. Chiedere aiuto, invece di invitare. A tutti i miei «vuoi giocare?» aveva risposto no. Ma quando gli ho chiesto di aiutarmi, è diventato il mio assistente.
  4. Lasciargli i suoi tempi. Prima un angolo all’ombra, solo noi due. Il gruppo è arrivato dopo, quando era pronto lui.
  5. Non spingere. Un «dai, vai a giocare!» detto con tutto l’amore del mondo, a volte chiude una porta invece di aprirla.

E gli schermi?

C’è una scena che per me resta difficile da accettare: un bambino, in un giorno d’estate, in mezzo a scivoli, altalene e tanti amici, seduto a testa bassa su una sedia a guardare cartoni o video sul telefono. La tecnologia non è il nemico, ma una festa è uno dei pochi momenti in cui i bambini possono imparare a stare insieme dal vivo. Vale la pena proteggerlo.

La missione per voi

Stasera chiedete a vostro figlio di insegnarvi un gioco che conosce lui. Fate finta di non saperlo, fate domande, sbagliate apposta. Vedrete un bambino che si sente capace, e scoprirete quanto può essere coraggioso quando qualcuno gli dà fiducia.

E tu, cosa ne pensi?

Se vuoi dirmi la tua su come vivi le feste di compleanno, lasciarmi un parere su questo articolo o chiedermi informazioni, scrivimi su WhatsApp con il pulsante qui sotto. Leggo ogni messaggio e ti rispondo personalmente.

Una premessa, con il cuore: quello che leggete qui è solo il mio punto di vista. Non sono uno psicologo, né un pedagogista, né un medico. Racconto quello che vivo alle feste, nelle scuole e in giro per l’Italia, e quello che ho vissuto io da bambino. Prendetelo come una chiacchierata tra amici davanti a un caffè. E se la vedete diversamente, scrivetemelo: è proprio questo il bello.


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